
di Francesco Dorigo
Mi avevano detto: “Va ad intervistare Pedrazzi. Dovrà diventare presto diacono.”
Ma intervistare si può solo un grosso “personaggio”, uno di quelli che fanno parlare la cronaca, uno che sta al di sopra dei comuni mortali. E mi aspettavo di trovarmi di fronte proprio ad un “personaggio”. Poi, quando mi ha accolto la figlia Graziella, e quando è venuto lui, l’intervista è andata all’aria. Non c’erano domande preparate. Perché con lui non si possono predisporre schemi interrogativi. Mi è bastato vederlo per capire quanta carica di fede c’è in lui, e come la sa trasmettere agli altri.
E allora più che un’intervista è stato un incontro, nel quale ci siamo conosciuti, ci siamo capiti, ci siamo scambiati le nostre esperienze e soprattutto, ci siamo scoperti per quello che siamo. Con, in più in me, un senso di ammirazione, per un uomo che, pur avendo famiglia ha deciso di dedicarsi agli altri. Confesso che ho imparato, nel nostro incontro, più da lui che in tanti anni di testimonianza cristiana.
Che cosa ho imparato? Ho imparato prima di tutto l’umiltà. Un’umiltà tutta evangelica che mi ha fatto ricordare Papa Luciani. Ho imparato che il cristianesimo può essere santificante per tutti, purché sappiamo imprimere carità e fede in ciò che facciamo. E Pedrazzi questa sua testimonianza
l’ha data e continua a darla sia nell’ambiente in cui lavora, sia in famiglia dove sono evidenti le tracce del suo discorso di uomo e di cristiano.
Pedrazzi ha una famiglia esemplare. Tre figli Graziella, Giuliana, Gabriele. La prima è prossima alla laurea in lettere, la seconda si dedica all’insegnamento per gli handicappati, il figlio invece frequenta il ginnasio in Seminario. E la moglie vigila e lavora su questo nucleo familiare non tralasciando di offrire la sua attività nelle opere caritative. Lavoro e famiglia, quindi, per Pedrazzi. E adesso anche lo studio, la volontà, con l’accettazione del diaconato, di donarsi in spirito di servizio e carità. Quest’uomo, formatosi all’Azione Cattolica, che ha dovuto lavorare fin da giovane, modenese che ha conosciuto il dolore per la perdita del padre in giovane età, non ha mai smesso di pregare e di offrire fatiche, dolori, ansie, paure a Cristo. Questa sua sensibilità profonda, questa carica spirituale l’ha acquisita con la frequenza agli esercizi spirituali, con la lettura della Sacra Bibbia, con lo studio e la meditazione della Parola di Dio.
Quest’uomo così profondamente cristiano, le cui radici sono piantate, non poteva non scegliere, per il suo cammino terreno, l’ultima e più significativa tappa. E non poteva non esservi condotto dalla mano dei figli e della moglie, che in questa sua scelta hanno visto un disegno di Dio. L’intervista non c’è stata. Ma per me c’è stata una grande lezione.
di Maria Paola Scaramuzza
Un papà un po’ speciale, che quel giorno ti ha accompagnato all’altare e poi è corso in sagrestia a mettere l’abito liturgico. Un marito impegnato in molti atti di amore e carità, ma che la domenica è sempre impegnato, e non ha quasi mai il tempo di fare una gita fuori porta come si deve. Un collega di lavoro piuttosto determinato, attivo nel sindacato e presente anche nel comitato di fabbrica, che fuori orario porta la comunione agli ammalati, e quando il Patriarca era in visita, smetteva la tuta da lavoro e indossava i paramenti. Piccole e grandi particolarità della vita di un diacono, uno come Arturo Pedrazzi, che al tempo della sua ordinazione, nell’86, era tra i primi dodici che, in diocesi, avevano accettato la proposta di abbattere qualche pregiudizio e diventare diaconi permanenti. Lui nella parrocchia mestrina di S. Maria Goretti, dal ’93 con il servizio anche nelle Case di Riposo di Mestre prima in via Spalti, poi alla Madonna del Rosario. Ma questo è solo l’ultimo passo del suo cammino, racconta Arturo, quasi una bella sorpresa di Dio, un progetto che, da giovane, era davvero insospettabile. “Avevo quasi maturato dentro di me l’idea di andare in seminario - racconta Arturo - avevo già preso contatti. Ma poi, quell’idea forte non c’è stata, per tanti motivi. Eravamo nel dopoguerra, attirati da tante passioni anche politiche. Poi ho incontrato la ragazza che sarebbe diventata mia moglie…”. E scegliere a quel punto non era stato molto facile: “Dalla Chiesa mi è arrivato però l’aiuto più grande - continua Arturo - ero in una situazione delicata, avevo circa quindici o sedici anni e mi sentivo molto chiuso. All’inizio c’era stato solo un incontro casuale con un padre spirituale, ma poi ho trovato la forza di aprirmi e di proseguire un dialogo con lui”. Allora un po’ alla volta la scelta è diventata più chiara: “Non ho mai smesso di pregare davanti al Signore – continua a raccontare Arturo – lì un giorno, davanti a Gesù eucaristia, espressi tutte le mie idee, volevo trovare nella mia vita una finalità: avrei voluto avere una ragazza e poi magari due o tre figli, e il mio sogno era di poter salvare almeno un’anima, quella di mia moglie”.
Non è stato dunque attraverso il seminario che Arturo ha portato avanti la sua vocazione, ma con l’istituto professionale prima e il lavoro in fabbrica poi, un ambiente dove non era facile portare avanti anche la propria semplice convinzione di fede. “Abbiamo avuto molti scontri, anche in fabbrica, ma alla fine, per esempio quando sono andato in pensione, ho sentito l’affetto e l’amicizia dei miei colleghi e dei miei superiori, che mi rispettavano”. Ad un certo punto, un altro grande dono in più: “Mi è stata offerta l’opportunità dello studio per il diaconato permanente. Non ci avevo mai pensato, e poi sarei stato uno dei primi, nella diocesi di Venezia, a ricevere quell’ordinazione. Allora abbiamo pregato e ci abbiamo riflettuto insieme, io e mia moglie, e abbiamo deciso di iniziare il corso. Ma la risposta non sarebbe stata la stessa se lei avesse opposto qualche ostacolo”. “Solo più tardi, poi, mi sono ricordato di quale era stato il mio passato – ricorda Arturo - io avevo chiesto, e la volontà di Dio mi ha aiutato. E mi sono ritrovato alla fine gioioso, felice di aver sposato le mie figlie e di aver battezzato i miei quattro nipoti, con mia moglie che prima mi ha avallato, poi mi ha sostenuto. E’ lei a volte a correggere nel calendario quello che devo fare. Insomma siamo quasi diventati diaconi in due”.
di Graziella Pedrazzi
Tra i molti ricordi che conservo, legati a papà, ce ne sono alcuni che brillano, anche a distanza di molti anni, e me lo riconsegnano nella sua verità di uomo, di marito e padre, di diacono: me lo fanno sentire vigile e presente.
Da bambina avevo paura della fatica e del sacrificio:
non ne capivo il senso e mi pareva una vera ingiustizia che esistessero. Papà non ha mai tralasciato l’occasione per convincermi del valore profondo che invece possiedono e che l’accettazione, non passiva, di queste realtà fosse qualcosa di prezioso. Con la mamma ne avevano fatto una regola di vita, probabilmente perché segnati da tempi ed esperienze difficili. Ne parlavamo, discutevamo con calore ma alla fine non ero mai convinta e al massimo ammettevo che fossero da subire come ineluttabili: non accettavo che potessero diventare dono ricevuto e offerto.
Mi sembrava una fatica arida studiare a memoria lunghe poesie per la scuola, e papà era lì con me a ripeterle ancora e ancora.
C’era forza in quella condivisione generosa della fatica altrui!
Era bello, sì, ma faticoso camminare su per sentieri ripidi dopo un viaggio estenuante in “cinquecento” tra le curve e le controcurve della Cavallera, eppure per una giornata in montagna si partiva di buon mattino, appena il papa rientrava dal turno di notte...
Quanta passione per la bellezza del Creato che rigenera e ridona entusiasmo!
Era faticoso rinunciare anche solo all’idea delle vacanze col moroso, quando tanti amici già se le permettevano, ma papà ti raccontava con gioia di quando aveva regalato l’abito bianco di nozze alla mamma: non si scappava, quella fiducia e fedeltà erano contagiose!
Invariabilmente, tenacemente e sempre col sorriso sulle labbra ti rispondeva che nulla di bello si poteva conquistare senza un po’ di fatica e che questa andava fatta in un solo modo: volentieri.
Nel tempo ho avuto molte conferme di quello che i miei genitori ci hanno insegnato in famiglia con la loro vita, ed ho imparato che la fatica non va imposta ne cercata ma accettata con fede, con speranza e con amore e sopportata con animo libero e lieto... possibilmente cantando. Quando infine per papà la fatica è divenuta Sofferenza, e si è fatta acuta e quasi insopportabile, con la grazia di Dio, ancora, è riuscito a trasformarla in dono e testimonianza: proprio allora nel mio cuore duro i residui di scetticismo non hanno più potuto opporre argomenti perché ho finalmente compreso il senso profondo e vero del sacrificio fatto per amore, in Cristo, con Cristo e per Cristo o, meglio, l’ho intuito perché lo conoscerò appieno solo quando toccherà a me dì viverlo fino in fondo.
A questo papà va il mio ringraziamento più grato e commosso perché, pur nella sua fragilità e con le sue debolezze, è stato specchio dell’amore del Papà per eccellenza.
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